Madre Cabrini racconta l'America degli emigrati italiani (N. 2)

Eccomi, a New York quindi, a meno di un mese da quella famosa udienza del Papa. I padri scalabriniani mi accolsero benevolmente nella loro casa di Rosvelt Street. Dovemmo rassegnarci a passare la notte in due stanze di una lurida locanda con letti lerci, lenzuola piene di cimici e topi saettanti sul pavimento. Dopo una notte da incubo, sedute sulle sedie, appoggiate alla spalliera del letto, impaurite e tremanti di freddo, ci recammo ad affrontare sua eccellenza l'arcivescovo, monsignor Michele Agostino Corrigan, che per fortuna parlava l'italiano. Lo chiamavano "Miky the smile", Michelino il sorriso, per una malformazione alla bocca, ma non mi sorrise affatto. Anzi, dopo poche, gelide parole, mi stava congedando. "Madre, la soluzione migliore è che se ne torni in Italia con le sue suore. Il Vapore non è ancora partito, se si sbriga lo può riprendere". Tornare in Italia? Riprendere il Bourgogne? "No, eccellenza, questo no! Queste sono le lettere commendatizie fornitemi dalla Santa Sede. Sono venuta qui per ordine del Papa e qui rimango". Non si aspettava, Sua Eccellenza, questa mia reazione così ferma e decisa. Alla fine si rassegnò. "Ebbene, Madre, si fermi pure. Però pensi solo alla scuola, l'orfanotrofio no!".

"Madre, Madre, perchè l'orfanotrofio no?", mi chiesero le mie figlie. "Vi spiego subito 'perché no'. La signora Mary Reid, la contessa di Cesnola, aveva affittato - per essere adibita ad orfanotrofio  italiano - una casa nella 59° street. Era un quartiere troppo aristocratico per sua eccellenza l'arcivescovo che temeva le cattive impressioni dei danarosi abitanti alla vista di tante misere orfanelle, italiane per giunta! La contessa invece lo voleva proprio lì per attirare la simpatia e le offerte di quei ricchi aristocratici.

Le mie figlie si fecero il segno della croce. Il giorno successivo iniziammo la scuola presso gli scalabriniani, ma qualche giorno dopo ottenni che sua eccellenza ricevesse la contessa. Tergiversando un pò, monsignore sosteneva che la somma a disposizione fosse insufficiente (per aprire l'orfanotrofio). "Cinquemila dollari? Tra un anno li avrete spesi tutti. E poi?". Allora, la contessa, sveglia e impulsiva, tralasciando ormai il problema dell'ubicazione, si buttò teatralmente in ginocchio: "Eccellenza, il Signore ci ha insegnato a chiedere il pane quotidiano. Per un giorno, non per un anno". Così, il 21 aprile prendevo possesso della bella casa e la domenica successiva, festa delle palme, l'arcivescovo in persona portava l'olivo benedetto in quell'orfanotrofio, che avevo chiamato "Asilo degli Angeli".

(continua)

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